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Locandina - Mi piace lavorare
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Mi piace lavorare – mobbing
diretto da Francesca Comencini (2003)
Forse non tutti conoscono il film “Mi piace lavorare” o, forse, tutti lo conoscono, ma oramai è entrato nella buia stanza dell’oblio. Peccato!
Comunque sono certo che chi l’ha visto sarà rimasto attonito di fronte all’umiliante “carriera” (…ho degli incarichi molto importanti e di fiducia per Lei – le parole mielose dell’assistente del responsabile delle risorse umane) che ha avuto l’onore di intraprendere la segretaria capocontabile protagonista del film. E il bello è che il racconto è basato su fatti realmente accaduti. Per chi volesse leggere la trama intera rimando a Wikipedia.
A parte gli effetti disastrosi su psiche e fisico di atteggiamenti mobbizzanti che vengono ben descritti in questo filmato, ciò che risalta, in maniera lenta e silenziosa, è la meschinità da parte di coloro che, ottenuto uno stralcio di potere, lo sfruttano per distruggere dignità e passione di persone valide e motivate e, in questo caso, emotivamente fragili (o ingenui?). Il coraggio dimostrato da questi “vigliacchi” è talmente lodevole che le storie di D’Artagnan, Athos, Aramis e Portos sbiadiscono dinnanzi a tanto valore.
“Ci vuole TANTA forza e TANTA intelligenza per infierire da posizione avvantaggiata su chi è più debole di te, nascondendoti dietro quel po’ di potere insito al tuo “ruolo” puramente aziendale o sociale!” da MANUALE DEI VERMI VIGLIACCHI – Capitolo Forti con i deboli e debole con i forti. E allora festeggiamo insieme l’arrivo dei nuovi eroi: la classe dei “(im)potenti” senza cuore ne palle (a prescindere dal sesso)!!!
Ma i nostri nuovi eroi non possono farcela se non aiutati e sostenuti (come ben raccontato dal film) dal popolo complice degli SCARAFAGGI: i colleghi d’ufficio. Il loro guardare dall’altra parte e fare finta di niente, sostenendo con il loro silenzio, le azioni umilianti avviati dai loro eroi, significa, avanzare lentamente (strisciando) verso un buon posto nella gerarchia dei nuovi paladini. Grazie a loro l’Ordine dei Vermi Vigliacchi potrà continuare a sfornare animaletti pien di valore e coraggio.
Ma da queste parti, invece, si sussurra:
E’ MEGLIO MORIRE IN PIEDI CHE VIVERE STRISCIANDO!!!
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… ancora lei, la legge a governo dei rapporti di lavoro all’interno delle organizzazioni!
Nulla a pretendere la consapevolezza in merito alla viva centralità dell’uomo o come meglio scrivono gli illustri Passerini e Dell’Orto (Neo-management, L’Aziende e l’Anima, 2004) che “insomma, è essenzialmente l’attività umana che dà realmente vita all’impresa, come struttura operativa interagente (attivamente) con l’ambiente che la circonda per realizzare i propri fini. L’impresa, come entità pulsante nella realtà in cui opera, è quindi sostanzialmente l’insieme degli uomini e delle donne che la compongono. In definitiva l’uomo è l’elemento centrale della sua esistenza.”
Illusione o ipotesi di realtà, allora?
Chimera o verità obnubilata?
Sorge il dubbio sovrano…
Chi sono i leader o responsabili di quelle stesse aziende e imprese che assistono in sordina ad ogni “forma di terrore psicologico esercitato sul posto di lavoro”?
Chi sono i leader o responsabili di quelle stesse aziende e imprese che permettono le buone prassi e la diffusione di “atti consapevoli di violenza nel mondo del lavoro che spingono taluni soggetti alla disperazione e talvolta al suicidio”?
Chi sono, sempre coloro, i leader o responsabili di quelle stesse aziende e imprese che ammettono ogni “calo significativo di produttività nei reparti con il conseguente aumento dei costi di produzione” in onore degli dei Terrore e Sopprusi?
A leggere la realtà non sono certo quegli stessi leader e responsabili auspicati dai soliti illustri Passerini e Dell’Orto (Neo-management, L’Aziende e l’Anima, 2004) che operino con “l’obiettivo di far crescere le abilità e le capacità professionali di ogni team e di ogni individuo”.
Ad ogni imperfetto il suo vizio.
Ad ogni luogo il suo strazio.
Ad ogni parassita il suo clamore.
Ad ogni secolo il suo orrore.
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… in sintesi, la legge che governa i rapporti di lavoro tra colleghi, preposti, dirigenti e responsabili d’azienda all’interno delle organizzazioni, private o pubbliche che siano.
Così è! a sentir parlare l’amica al bar sotto casa.
Così è! a sentir parlare il collega all’ennesima giornata inutile di formazioni obbligata.
Così è! a sentir parlare e discutere coloro che la sanno più lunga di me.
Così è! e le assenze per malattia si sprecano.
Così è! e le teorizzazioni sulla centralità dell’uomo all’interno di quelle stesse organizzazioni si vanificano.
Così è! e la responsabilità di chi è chiamato, incaricato, tenuto o scelto a guidare una squadra di persone (non entità spersonalizzate) per il raggiungimento di un obiettivo (dalla certa ricaduta sulla collettività) si spoglia d’ogni contenuto.
Quegli stessi contenuti che definiscono la responsabilità quale depositaria, per eccellenza, della domanda etica: rispondere e dar conto dei nostri atti, essere chiamati a dare una risposta delle nostre azioni in relazione con l’Altro.
Dalla notte dei tempi, e in ogni ambito ed espressione di vita dell’uomo, dalla religione allo sport, dall’economia alla politica si ergono e si riconoscono capi e leader destinati alla guida del gruppo, della collettività, del paese, della squadra sportiva, del popolo. Destinati, e pertanto capaci per la loro intrinseca natura, a guidare realmente e di fatto il gruppo facente seguito e, di conseguenza, consapevoli sempre e in ogni momento della legittimità di base del paradigma di responsabilità.
Dalla notte dei tempi, per l’appunto.
In passato, furono e giacciono devoti.
Oggi, tutto è diverso.
Nulla è come prima.
Oggi, i sedicenti capi e leader di gruppi e collettività, sono in primo luogo deresponsabilizzati e in secondo luogo di dubbia competenza.
Piazzati per convenienza, per scaltrezza o per miseria.
E da dire che non è tutta colpa loro (?!), naturalmente, quando a sostener la causa ci si mette anche il linguaggio moderno… il Responsabile delle risorse umane che diventa human ressource manager, il Responsabile del progetto che diventa project manager oppure il Responsabile della manutenzione che diventa maintenance manager.